Il 5 marzo 2026, a pochi giorni dal compimento degli 84 anni è venuto a mancare Lanfredo Castelletti, archeologo, archeobiologo, studioso rigoroso e autentico innovatore.
Laureato in Scienze Naturali all’Università degli Studi di Milano con una tesi in Paletnologia sul sito preistorico dell’Isolone del Mincio (Volta Mantovana) sotto la guida di Ferrante Rittatore Vonwiller, aveva poi affiancato il suo professore nel riordino delle collezioni del Civico Museo Archeologico “P. Giovio” di Como, prendendone la direzione nel 1981, incarico che fu poi esteso a tutti i Musei cittadini e durato fino al pensionamento (2009), affrontando complessi lavori di ristrutturazione e allestimento, sostenuto sempre dall’idea che i Musei debbano fondarsi su una solida base scientifica ed etica.
A questo impegno Castelletti ha sempre affiancato un’intensa attività di studio e ricerca, a partire dala collaborazione con l’Università di Colonia (1978-79), come ricercatore di Archeobotanica nell’ambito del progetto SAP – Siedlungsarchäologie der Aldenhovener Platte, per lo studio dei resti vegetali rinvenuti nello scavo preistorico di Aldenhovener Platte.
L’archeobiologia e la paleoecologia divennero quindi presto il suo interesse scientifico precipuo, che lo portò a fondare (1983) presso il Museo di Como il Laboratorio di Archeobiologia, un centro di ricerca pionieristico dedicato allo studio dei resti botanici, animali e umani provenienti dagli scavi archeologici, contribuendo in modo determinante alla ricostruzione dei paesaggi e dei sistemi ambientali dalla Preistoria al Medioevo.
Anche se è impossibile nominarle tutte, tra le più significative ricerche portate avanti dal Laboratorio sotto la guida di Castelletti ricordiamo lo studio della Fortuna maris, la nave romana “cucita” rinvenuta a Comacchio; la ricerca sistematica sulle modalità di preparazione di cibi e bevande nell’antichità, fra cui il riconoscimento della “cervisia”, la birra rossa celtica ritrovata per la prima volta in un bicchiere golasecchiano di V sec. a.C. a Pombia (No); lo studio degli scheletri del Neolitico finale rinvenuti abbracciati a Valdaro (Mn). Le ricerche e le pubblicazioni di questo centro hanno avuto come oggetto non solo siti italiani, ma, oltre a diversi Paesi europei, anche Pakistan (Miniere del Thar, nell’ambito di Italo-Pakistani Joint Rohri Hills Project, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e del Department of Archaeology of Shah Abdul Latif University in Khairpur, 1994), Azerbaigian, Siria (Tell Mozan-Urkesh), Turchia, Libano (1995), Libia (Leptis Magna).
Autorità assoluta per lungo tempo nel campo dell’Archeobotanica in Italia Castelletti ha partecipato a numerosi convegni di studio in ambito nazionale e all’estero. Per il suo ruolo e la sua visione innovativa è stato invitato a svolgere anche un’assidua attività di docenza, pur non essendosi dedicato in modo esclusivo all’ambito universitario. È stato docente di Storia dei Climi alla Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università di Pisa; docente di Bioarcheologia presso la Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università Cattolica di Milano e in seguito presso la stessa Università ha insegnato Ecologia e Archeologia nel Corso di Laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali fino al 2016-2017. È stato professore di analoga disciplina presso l’Università di Siena – sede di Arezzo e, presso l’Università degli Studi dell’Insubria – sede di Como, ha insegnato Metodologie della ricerca archeologica. Nel 2005 è stato “Professeur invité” all’École Pratique des Hautes Études di Parigi come docente di Storia dei climi nella Preistoria e Protostoria.
Il lavoro archeologico sul campo è sempre stato ritenuto da Castelletti fondamentale ed è stato da lui costantemente promosso e affrontato personalmente, con passione e grande intuito, uniti ad una fondamentale apertura ai nuovi approcci metodologici e scientifici. Tra le sue prime partecipazioni a scavi figurano quelle sui siti preistorici dell’Isolino di Varese, dal 1978 al 1981, e di Bagaggera presso Merate (Lc). Tutti gli scavi urbani nella città di Como dagli anni ’80 fino alle più recenti ricerche lo hanno visto in qualche modo protagonista, e alcune di queste ricerche sono confluite in un progetto finalizzato ad analizzare per la prima volta campioni di sedimenti lacustri olocenici.
Dal 1986 ha dato avvio ad una delle esperienze di scavo, ricerca e valorizzazione più duratura e significativa degli ultimi decenni in Lombardia: nell’insediamento fortificato di Monte Barro, Galbiate (Lc), che ancor oggi costituisce un riferimento fondamentale per gli studi sull’altomedioevo.
Le ricerche nei siti di altura, iniziate con la scoperta dell’insediamento mesolitico del Monte Cornizzolo (1986) si sono estese a diverse aree, tutte esplorate personalmente anche con lunghi trekking. In Valle Intelvi scavi sistematici si sono tenuti a S. Fedele Intelvi (Co), località Erbonne (sito mesolitico e dell’Età del Bronzo, 1994-1995), Pellio Intelvi, sito fortificato databile al X-XI secolo (scavi e restauri condotti tra il 1996 e il 2003), Laino (castrum del VI secolo presso S. Vittore, e insediamento dell’età del Bronzo, tra il 1996 e il 2013), Ramponio Verna, Monte Caslé, nel grande castelliere dell’Età del Bronzo già individuato ad inizio secolo (2004-2010).
In Valle Cavargna, grazie al ritrovamento di imponenti tracce di materiale carbonioso e ad alcune date C14, tramite ricognizioni di tipo paleoambientale e archeologico è stato possibile raccogliere un gran numero di dati e tracciare un primo bilancio sulle vicende riguardanti la vegetazione della valle (ricerche divulgate nella mostra Il Fuoco e la Montagna presso il Museo Archeologico di Como e sviluppate in due progetti di ricerca Interreg, in collaborazione con il Canton Ticino – Le Montagne tra i due laghi, alla riscoperta del Territorio tra il 2005 e il 2008, e SITINET, censimento, messa in rete e valorizzazione dei siti geologici e archeologici della Regione Insubrica, tra il 2010 e il 2012.
Ma oltre a tutti gli impegni e le partecipazioni, compresa quella lunga e attiva quale socio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, di cui quanto scritto sopra rende solo una parziale idea, di Lanfredo Castelletti tutti ricordano la versatilità, l’apertura mentale, la ricchezza di cultura e conoscenza. Chi ha avuto il privilegio di lavorare al suo fianco non può dimenticare la gentilezza, la disponibilità, la capacità di ascolto propria di chi non cerca riconoscimenti, ma risultati, un maestro vero, di quelli che insegnano non solo con le parole, ma con l’esempio quotidiano, con la coerenza, con l’entusiasmo mai venuto meno.
(Marina Uboldi)